Lolly Willowes o l’amoroso cacciatore

Tutti chiamano Laura Willowes “Lolly”, fin da quando era bambina. È un nomignolo che le si addice, a lei sempre un po’ infantile, mansueta, magari anche non tanto sveglia: così la vede – o forse non la vede – la sua famiglia. Una ragazza timida che pian piano, senza che nessuno se ne accorga, diventa una signora di mezza età: la “zia Lolly”, senza un marito, senza figli, senza una volontà precisa, senza una vera collocazione nel mondo – tanto che, alla morte del padre, con cui viveva, senza che nessuno la consulti viene accolta in casa del fratello, a Londra, proprio come se si trattasse di un mobile ereditato. Non vorrai mica lasciare la zia Lolly da sola? Meno male che non darà alcun fastidio. Consuma poco, e magari darà anche una mano in casa.

Ma Lolly, a un certo punto, non ci sta. Durante una delle sue passeggiate svagate si allontana di casa un po’ più del solito, entra nel negozio di un fiorista, vede dei rami di faggio, ha una sorta di visione, un’epifania di un villaggio di campagna, lontano, e prende la prima vera decisione della sua vita: andrà a vivere sulle colline, da sola, per potersi dedicare all’unica cosa che desidera davvero nella sua vita: fare lunghe passeggiate in mezzo alla natura, nel silenzio, in solitudine.

Così inizia la trasformazione di una mite signora inglese degli anni ’20 (il libro è del 1926), che inizia a sentire dentro di sé il legame con la natura e si scopre strega.

Le streghe di Sylvia Townsend Warner non sono le megere crudeli delle fiabe, e naturalmente sono molto diverse anche dalle donne che oggi si definiscono tali, identificandosi in una profonda spiritualità basata sulla natura. Lolly e le altre streghe che compaiono nel libro sono donne che si emancipano dal ruolo che la società impone loro, cercando riscatto nel Diavolo, l’amoroso cacciatore del titolo. Personalmente trovo questo romanzo estremamente moderno, ironico e profondamente femminista, soprattutto tenendo conto dell’epoca in cui è stato scritto: il libro è stato pubblicato quasi un secolo fa, in un’epoca in cui la rivendicazione dei diritti delle donne era agli ancora ai suoi albori.

Sicuramente in Lolly c’è qualcosa di autobiografico: anche l’autrice, Sylvia Townsend Warner, era una “zitella” – figura che nel primo dopoguerra veniva vista con sospetto, se non con una certa ostilità, e considerata un vero e proprio “problema sociale”, viste le ingenti perdite di giovani uomini subite durante il conflitto – che, per di più, per anni ebbe una relazione con un uomo sposato, e successivamente si innamorò di un’altra donna, la poetessa Valentine Ackland, con la quale convisse fino alla morte di quest’ultima. I temi del cuore di Sylvia Townsend Warner, trattati con acume e delicatezza in questo breve romanzo, sono quelli della figura della donna in una società patriarcale, della sua ricerca di una identità personale svincolata dal ruolo sociale, della natura e dei paesaggi naturali, che vengono descritti con una prosa poetica ed evocativa, tanto da renderli dei personaggi attivi all’interno della trama: “in quel periodo andava soggetta a strane fantasie, si vedeva in campagna, al crepuscolo, da sola e in uno stato d’animo stranamente sereno. […] La sua mente vagava lungo coste solitarie, tra acquitrini e paludi, o arrivava al calar della notte sul limitare di un bosco. Non era la bellezza che voleva; la sua mente inseguiva a tentoni qualcosa che sfuggiva all’esperienza, un qualcosa di rarefatto e minaccioso e che tuttavia, per qualche ragione, le era affine.”

Io l’ho trovata una lettura estremamente piacevole, dalla prosa apparentemente lieve e ironica ma ricca di passaggi altamente suggestivi e di profonda denuncia sociale: “quando penso alle streghe, mi sembra di vedere in tutta l’Inghilterra, in tutta l’Europa, tante donne che vivono e invecchiano, diffuse come le more selvatiche e altrettanto trascurate.  […]  Le vedo com’erano, come sono: tirano su i bambini, mandano avanti la casa, appendono gli strofinacci lavati ai cespugli di ribes. E per distrarsi si scambiano le loro chiacchiere stupide e ascoltano gli uomini che parlano tra uomini nel modo in cui loro parlano e le donne ascoltano. […] Ma le donne lo sanno di essere dinamite, e non vedono l’ora che si verifichi l’esplosione che renderà loro giustizia. Ad alcune può capitare la religione, e così sono a posto, immagino. Alle altre però – e sono tante – cos’altro resta se non la stregoneria? […] Ecco perché diventiamo streghe: per mostrare il nostro disprezzo per chi finge che la vita sia un luogo sicuro, per soddisfare la nostra passione per l’avventura […] per avere una vita propria e non un’esistenza elemosinata dagli altri.”

Sylvia Townsend Warner è davvero una scrittrice da scoprire e la storia di Lolly Willowes è un libro da amare. Te lo consiglio se anche tu cerchi l’autenticità e sai che puoi trovarla nella natura, nei boschi, sui campi incolti, fra le forre, osservando come il paesaggio intorno a te si trasforma, stagione dopo stagione – e sei pronta, o pronto, a farti accogliere dalla sua potenza quieta. L’amoroso Cacciatore ti aspetta, se vorrai unirti alla sua danza sulle colline.  

(Sylvia Townsend Warner, Lolly Willowes, o l’amoroso cacciatore, Adelphi 1990)

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