Lughnasad e la festa del raccolto

ESTATE: IL TEMPO DEL PRIMO RACCOLTO

Passato il solstizio di giugno, entriamo nella fase calante dell’anno, pur essendo ancora nel pieno dell’estate. È il momento della massima espansione, il vero e proprio apice del periodo estivo. È un tempo in cui la natura è pura abbondanza, e ci chiede di onorare questa abbondanza, di vederla, apprezzarla e coltivare la gratitudine. L’estate, nella sua fase di massimo calore – da San Giovanni a ferragosto – e poi anche nel suo periodo conclusivo, da ferragosto all’equinozio autunnale, è il momento in cui la natura ci invita a celebrare i suoi doni e i doni dell’universo che, per chi sa riconoscerli e apprezzarli, sono costanti e infiniti.

Il 1 agosto – o più precisamente l’arco di tempo che inizia al tramonto del 1 agosto – è sempre stato considerato, in ambito europeo, una delle feste più importanti, perché coincide con il grande raccolto estivo e in particolare con il raccolto delle messi, ovvero del grano e degli altri cereali, che sono alla base dell’agricoltura e dell’alimentazione di uomini e animali domestici.

Il sole fa maturare i frutti, i cereali e gli ortaggi e i raggi solari scendono dritti, caldi e luminosi. Fa decisamente caldo: il nome della stagione, aestas in latino, deriva dal verbo aestuare, avvampare. Secondo un proverbio “l’estate è la manna dei poveri”, perché nella stagione estiva né il freddo né gli approvvigionamenti di cibo sono un problema. La natura è rigogliosissima e basta andare in un campo per fare il pieno di delizie di stagione, e infatti il filo conduttore di questo periodo dell’anno è il concetto di abbondanza, che introduce quello della gratitudine per le infinite benedizioni del creato.

I RITI DELLA MIETITURA

Tutto il periodo estivo è dedicato al raccolto e alle messi; oggi, in area mediterranea, la fienagione e la raccolta di alcuni cereali (segale, miglio e frumento) iniziano già a giugno, intorno a S. Antonio (il 13). Un tempo però il periodo della mietitura era a cavallo fra luglio e agosto. Anche più a nord, in area celtica e scandinava, i mesi più caldi sono da sempre quelli dedicati alla raccolta dei cereali. Anticamente questa operazione era intrisa di sacralità e accompagnata da gesti rituali, ispirati dalla credenza che nel raccolto albergasse uno spirito, una forza sacra, che aveva nomi diversi a seconda delle varie località. Nei paesi arabi e in Russia si chiamava “Vecchio”, presso i bulgari e gli slavi era la “Vecchia”, o la “Madre della Spiga” o la “Regina del Grano”, e nei paesi germanici era la “Madonna del Grano”. Questo spirito albergava nell’ultimo covone o nelle ultime spighe che restavano sul campo, i cui semi si mescolavano alle sementi autunnali per garantire, l’anno successivo, un buon raccolto. L’ultimo covone era venerato, talvolta vestito con abiti femminili e portato in processione nei villaggi. Si credeva che lo Spirito del Grano, per sfuggire alla morte – la mietitura – indietreggiasse nel campo man mano che i mietitori avanzavano, e alla fine si rifugiava nell’ultimo covone dove prendeva nuove sembianze, talvolta umane.

RENDERE SACRO

Queste usanze richiamano riti ancora più antichi, nei quali erano comuni i sacrifici umani: poteva accadere che si identificasse lo Spirito del Grano in un forestiero di passaggio, o nel contadino che mieteva l’ultimo covone, o in una vittima scelta con un rituale apposito. La persona designata veniva sacrificata, il corpo bruciato e le ceneri sparse sui campi ormai spogli, per propiziarsi il raccolto futuro. Oggi per fortuna le usanze cruente legate al raccolto sono scomparse, ma ritorna ancora una volta il concetto di “sacrificio”: sacrificare significa rendere sacro, riconoscere la sacralità di un gesto, la sua importanza divina. In questo senso il sacrificio è una forma di ringraziamento, la restituzione, in un’altra forma, di qualcosa che ci viene donato. Un tempo si donava una vita in cambio del grano, che significava nutrimento per tante vite. Oggi possiamo recuperare il senso della sacralità del raccolto donando ai campi qualcosa che ci appartiene, e che possa essere di nutrimento per la terra. Il mondo vegetale accetta volentieri dei piccoli doni, come piume, sassi o cristalli particolari, doni di cibo, acqua o latte per nutrire le radici e gli animaletti che vivono fra di esse, o meglio ancora il tuo sangue mestruale, se hai le mestruazioni: è molto ricco di sostanze nutritive, come minerali, vitamine, sodio, potassio, azoto, ferro, che fanno molto bene alle piante; energeticamente, poi, rendere a Madre Terra una parte così intima di te è un gesto magico, simbolico e spirituale di grande potenza, in grado di risvegliare davvero la connessione fra il tuo grembo e il grembo del mondo.

LA DEA DEL RACCOLTO

Le spighe dell’ultimo covone hanno una valenza propiziatoria: c’era l’usanza di intrecciarle insieme per formare delle bamboline di forma femminile, da conservare in casa a scopo protettivo per poi spargere i chicchi, al momento della nuova semina, sui campi arati, per rappresentare simbolicamente il ciclo del seme che è anche il ciclo della vita umana. Un’altra usanza tipica era – ed è, per chi ama recuperare le antiche tradizioni – realizzare delle bamboline con le foglie delle pannocchie. Si chiamano Corn Dolls e rappresentano la dea, madre del raccolto; puoi farne una da tenere in casa come simbolo di prosperità e dell’abbondanza della natura, e poi fra sei mesi, a Imbolc, diventerà la dea fanciulla, Brigid, segno della natura che rinasce mentre la Ruota dell’anno continua il suo giro.

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